
Giocare con l'arte • Da Munari al Centro Pecci
Laboratori per piccoli e grandi esploratori
Ogni anno al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, in estate, viene proposto un ricco programma di laboratori per bambini, ragazzi e famiglie. Gli spazi del museo e il parco si trasformano in un atelier all’aperto, dove imparare diventa un’esperienza creativa e coinvolgente. Alla base di tutto c’è l’eredità educativa di Bruno Munari, che collaborò col museo Pecci negli anni ’80, portando un approccio centrato sull’esplorazione, l’uso dei materiali, l’osservazione e la valorizzazione dell’errore. L’arte contemporanea, forse più di altre, permette un’interazione fisica e sensoriale notevole, parla del nostro mondo, è attuale, ha molti linguaggi differenti, offre delle
Estate al Pecci
Laboratori per piccoli e grandi esploratori
chiavi di lettura diverse delle cose che per noi oramai sono scontate e quotidiane. Per questo viene usata per la creatività, la condivisione, l’unione e la sensibilizzazione. Tutto questo è possibile grazie a diversi fonti pubbliche e private che permettono di finanziare le attività come queste e aiutano la comunità a stringere sempre più rapporti sani e forti. Abbiamo intervistato Irene Innocente, coordinatrice del Dipartimento Educazione del Centro Pecci, per raccontarci i progetti e i laboratori che portano avanti ogni anno.
Claudia Gori x Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci
Giocare con l’arte Da Munari al Centro Pecci: il racconto di Irene Innocente Qual è stato il contributo di Bruno Munari
al lavoro educativo del Centro Pecci? “Bruno Munari ha collaborato con il Centro fin dalla sua apertura nel 1988 fino ai primi anni ’90, lasciando un’impronta profonda e duratura nel metodo educativo del museo. Il suo approccio, già sperimentato in altre istituzioni dedicate all’arte moderna e alle arti applicate, qui si è confrontato per la prima volta con l’arte contemporanea.
Il metodo Munari si fondava su una sperimentazione libera ma incanalata da regole semplici, che permettevano a ogni partecipante, adulti e bambini, di lavorare in autonomia con materiali predisposti. Un’attenzione particolare veniva data alla scelta dei materiali e alla configurazione degli spazi: grandi tavoli condivisi, materiali al centro, un’unica regola iniziale da seguire su cui concentrarsi.

Oggi ne è un esempio il laboratorio sul segno, in cui si escludono i colori per focalizzarsi solo sulla traccia, usando strumenti che lasciano segni neri. Questo porta i partecipanti a concentrarsi su un solo elemento visivo, stimolando un’esplorazione profonda all’interno di un confine preciso. A fine laboratorio, i lavori vengono condivisi e analizzati insieme, per valorizzare le interpretazioni personali e quelle altrui, favorendo così la crescita creativa.”
Quanto ha influito Munari sul vostro approccio didattico? “Uno dei laboratori più rappresentativi dell’approccio educativo di Bruno Munari è il Laboratorio Liberatorio, ideato appositamente per dialogare con l’arte contemporanea. Questo spazio è stato concepito non solo come un’attività creativa, ma come un’esperienza di libertà percettiva e di relazione, dove adulti e bambini lavorano fianco a fianco, senza gerarchie, senza ruoli rigidi. Il laboratorio accoglie materiali tra i più disparati: naturali come foglie, rami, pietre, e artificiali come metalli, tappi, plastica, carte colorate e oggetti di recupero.
La varietà non è casuale: è proprio nella coesistenza tra organico e industriale, che si stimola una riflessione più ampia sulla materia, sull’estetica e sul nostro modo di osservare il mondo. La regola di base è semplice ma potente: prima si osserva, poi si tocca, si sperimenta e infine si selezionano i materiali in base a somiglianze o contrasti. Il passaggio da gioco a progetto avviene con naturalezza, attraverso una scoperta continua, fatta di prove, accostamenti, errori e intuizioni.
A fine attività, il momento della condivisione diventa parte integrante del processo: si guarda insieme, si commenta, si ascoltano le idee altrui, favorendo un’educazione al rispetto, alla pluralità e all’ascolto. Negli anni in cui Munari sviluppò questi percorsi, alla fine degli anni ’80, si trattava di esperienze fortemente innovative. Non solo per l’uso di materiali non convenzionali o per l’assenza di uno schema rigido, ma soprattutto perché coinvolgevano in modo attivo e creativo anche le famiglie. L’educazione non era più solo rivolta ai bambini, ma diventava intergenerazionale: un terreno comune dove genitori e figli potevano confrontarsi, scambiarsi idee, collaborare.
Munari riusciva a includere gli adulti con leggerezza, senza forzature, stimolandoli a riscoprire un approccio curioso e aperto al fare creativo. Spesso erano proprio gli adulti a diventare alleati dei bambini, aiutandoli a concretizzare le idee più complesse o spericolate, in un rapporto paritario, dove l’adulto non insegnava, ma partecipava.
Un altro esempio significativo del suo spirito sperimentale fu il laboratorio con la fotocopiatrice: una pratica insolita e visionaria, in cui Munari trasformava un oggetto pensato per riprodurre in serie, in uno strumento generatore di originali: muovendo il foglio durante la stampa si creavano immagini uniche, non replicabili.
L’idea era quella di ribaltare il senso della macchina, rompendo la routine per generare sorpresa. Alcune di queste opere, nate in laboratorio con adulti e bambini, sono oggi custodite nella collezione permanente del Centro Pecci: testimonianze tangibili di un approccio che continua a ispirare il modo di fare educazione attraverso l’arte.”

Come si struttura oggi l’attività educativa
del museo e quali sono le fasce coinvolte? “Il Museo Pecci propone laboratori per tutte le fasce d’età: dai primissimi anni di vita fino all’adolescenza. Per i più piccoli, da 0 a 3 anni, c’è il laboratorio Primi mille giorni di arte, che invita anche i genitori a partecipare.
In questi incontri si lavorano due opere selezionate, esplorandole attraverso i sensi, favorendo un’esperienza condivisa. Poi ci sono i campus per i bambini dai 6 agli 11 anni e i workshop per i ragazzi dai 12 ai 14 anni e dai 15 ai 18. La struttura dei laboratori è flessibile: si passa da attività di gruppo a momenti individuali o a coppie, in modo da stimolare i partecipanti da più angolazioni. Un principio fondamentale è l’inclusività: tutti i bambini e ragazzi sono messi sullo stesso piano, anche chi tende a rimanere più in disparte. Non ci sono figure passive, e anche gli insegnanti delle scolaresche vengono coinvolti attivamente, creando un ambiente orizzontale e partecipativo.
Questo tipo di laboratorio piace molto sia ai bambini che ai ragazzi, tanto che molti di loro tornano ogni estate, a volte infatti si creano gruppi e nuove amicizie. Il laboratorio Una piccolissima rivoluzione non è un’esibizione tradizionale, ma un innovativo campus d’artista gratuito rivolto a ragazze e ragazzi tra i 12 e i 18 anni.
Organizzato in collaborazione con il Museo del Tessuto e Palazzo Pretorio, il progetto, curato dall’artista Cristina Pancini, nasce dall’esperienza del programma Prato Comunità Educante. L’obiettivo? Trasformare il modo di vivere i musei, attraverso pratiche creative e partecipative: domande condivise, ascolto attivo, balli liberi, gare di aeroplanini e meditazioni.
Tutte queste attività confluiscono in un manuale pratico-teorico intitolato Come si fa una piccolissima rivoluzione? In poche parole, è una micro-rivoluzione educativa: un’esperienza pensata non solo per avvicinare i giovani all’arte contemporanea, ma per renderli protagonisti e creatori di nuove modalità di fruizione, trasformando i musei in spazi familiari, attivi e inclusivi. All’esterno del museo si trova un playground: un’area gioco pensata per far divertire bambini e ragazzi, dove possono sperimentare sculture giocabili.
Questo spazio è stato progettato e costruito dallo studio di architettura Ecòl e dal toy designer Luca Boscardin insieme agli stessi giovani. Dall’alto, le strutture ricordano un grande animale: si distinguono occhi, bocca e persino i peli, ed è proprio per questo che l’opera prende il nome di L’animale del museo. Le sue linee sinuose possono essere percorse a piedi, con lo skate o in bicicletta. Si stimola così la creatività, anche nel modo di vivere lo spazio: non ci sono giochi predefiniti, ma si invita a inventarne di nuovi, esplorando movimenti e possibilità in libertà e con fantasia.”
Quali sono i prossimi passi del Centro Pecci verso l’inclusione e l’accessibilità?

“Tra i progetti futuri, il Centro Pecci punta con decisione a rendere l’esperienza museale sempre più accessibile, inclusiva e immersiva per tutti. Un primo passo concreto è stato il rinnovamento del sito web, ora più chiaro e navigabile, con contenuti espressi in linguaggio semplice per garantire una comunicazione comprensibile a chiunque. Un altro obiettivo è migliorare l’orientamento all’interno del museo, uno spazio ampio e ricco di attività, che necessita di strumenti efficaci per guidare i visitatori in modo intuitivo e fluido, favorendo così una fruizione completa e appagante.
In collaborazione con l’Unione Italiana Ciechi e l’Ente Nazionale Sordi, il Centro sta sviluppando percorsi sensoriali e multimediali: audio guide immersive, possibilità di toccare alcune opere selezionate e attività pensate per essere vissute anche attraverso canali percettivi alternativi. L’obiettivo non è solo quello di abbattere le barriere, ma anche di creare consapevolezza e sensibilizzare il pubblico: questi percorsi possono essere sperimentati da chiunque, offrendo uno sguardo nuovo e più attento alla diversità.
Anche le didascalie delle opere e i materiali informativi online vengono progressivamente adattati per essere letti con facilità da tutte e tutti, contribuendo a costruire un museo realmente aperto, dove ogni visitatore ha pari opportunità di comprensione e partecipazione.”
Giulia Del Vento x Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci
Immersa nelle sinuose colline di Carmignano, a pochi chilometri da Prato, si estende la storica tenuta di Capezzana, proprietà della famiglia Contini Bonacossi, di cui fanno parte Serena e i suoi cari. Un luogo che incarna perfettamente il connubio tra eleganza rurale e raffinatezza artistica, dove il tempo sembra essersi fermato per custodire con cura ogni angolo di bellezza, ogni sapore autentico, ogni dettaglio del paesaggio. Un’azienda agricola, un’eredità vivente, un organismo armonico in cui la storia della famiglia si intreccia con quella del territorio.
Ma anche un crocevia di arte, memoria e bellezza. Nei primi decenni del Novecento, gli avi della storica famiglia, noti antiquari e collezionisti, resero la dimora uno scrigno ricco di opere rare e raffinate di cui una parte significativa venne regalata nel
Terre nobiliari
Il tempio del vino, la tenuta di Capezzana
1969 agli Uffizi di Firenze, dando origine alla celebre donazione Contini Bonacossi, oggi considerata una delle collezioni più preziose del panorama museale europeo. Questa sensibilità estetica, unita a una visione profonda della terra e del paesaggio, si riflette ancora oggi nel modo in cui la tenuta è vissuta e gestita: ogni bottiglia prodotta, ogni olio ottenuto, racconta una storia che parte dai campi e si eleva fino a toccare il mondo dell’arte e della cultura. È un luogo che ti entra dentro, come fanno le storie più vere, quelle che profumano di terra, di arte e di tempo sospeso.
Scritto da
Redazione Prato è Casa
