
L'arte del restauro
Piacenti: trame del passato, tracce di futuro
Restaurare significa ascoltare. Ascoltare le tracce del tempo, le intenzioni degli artisti, le ferite della storia. È questo il cuore del lavoro di Giammarco Piacenti, presidente di Piacenti S.p.A., azienda toscana leader nel campo del restauro conservativo e della valorizzazione del patrimonio culturale, attiva da 150 anni.
Una realtà che ha firmato interventi prestigiosi in tutto il mondo, dalla Basilica della Natività a Betlemme al Duomo di Prato, portando ovunque il rigore della tradizione italiana unito alle tecnologie più avanzate. In questa intervista esclusiva, Piacenti ci accompagna dietro le quinte del mestiere del restauratore, tra scelte etiche, sfide tecniche e riflessioni
L’arte restauro
Piacenti: trame del passato, tracce di futuro profonde sul significato stesso di “restaurare” oggi. Ogni opera è un unicum, un corpo vivo che cambia, evolve e parla in modo diverso a ogni generazione. E il restauro, lungi dall’essere solo un ritorno al passato, può diventare anche un modo per proiettare l’arte nel futuro. Un dialogo ricco e autentico, in cui emergono l’esperienza, la passione e la responsabilità di chi, ogni giorno, lavora per restituire bellezza, memoria e verità alle opere d’arte del nostro patrimonio comune.
Giammarco Piacenti
Arte del restauro tra tradizione, ricerca e visione contemporanea

Quali sono i criteri che guidano le vostre scelte quando intervenite su un’opera?
“Dal punto di vista metodologico, ci rifacciamo a canoni ormai consolidati, radicati in una filosofia di restauro che risale a Cesare Brandi. È lui che ha definito concetti fondamentali come la patina e ha avviato la modernità della conservazione. Dal 1939, con la tutela dei beni culturali in Italia, il dialogo con le Soprintendenze, storici dell’arte, architetti, archeologi e restauratori, è diventato fondamentale. Le scelte seguono sempre regole precise, filosofie condivise e le sensibilità del tempo. Negli ultimi anni, ad esempio, è cambiato il gusto: si preferisce un ritocco cromatico selettivo piuttosto che un completo neutro.”
Quanto conta la conservazione dell’autenticità rispetto alla necessità di
renderla comprensibile al pubblico? “Secondo le regole di conservazione, prima di tutto si salva l’opera. Solo dopo, se serve, si procede alla valorizzazione. Ma l’intervento estetico non deve esagerare: se si rischia di sconfinare nell’invenzione, ci si ferma. In un nostro affresco staccato, ad esempio, abbiamo ricucito, con il supporto della Sovrintendenza ed una storica dell’arte, parti mancanti fino a dove era possibile.
Oltre quel limite abbiamo fermato l’intervento e prodotto una copia per mostrare l’ipotetico aspetto completo dell’opera.”
Restauro e identità: trasformazione o evoluzione dell’opera d’arte?
“C’è una sorta di ‘devoluzione’: tutto, col tempo, si consuma. La materia è fragile, cambia, ha una vita propria. Conservarla nel tempo è una sfida importante. Ma con gli interventi adeguati, soprattutto in ambienti museali dove le condizioni sono controllate, è possibile rallentare l’usura.
Va detto però che anche il semplice passaggio di un visitatore può danneggiare un’opera. Per questo, a volte, si ricorre a vetri protettivi molto spessi che, pur proteggendo, rischiano però di raffreddare l’esperienza visiva. La chiave sta nel trovare un equilibrio: proteggere, sì, ma senza mai snaturare il rapporto diretto con l’opera.”
Il restauro crea una sorta di “patina” per proteggere l’opera nel tempo?
“Patina? No. Il restauro non punta a creare una patina protettiva, ma cerca piuttosto di proteggere l’opera seguendo principi fondamentali: completa compatibilità con l’oggetto, reversibilità dell’intervento, riconoscibilità nel caso in cui venga aggiunto qualcosa. Ma soprattutto, la regola più importante di tutte è quella del minimo intervento: non fare più del necessario. Intervenire il meno possibile significa ridurre il rischio di errori, anche perché la storia del restauro, purtroppo, è piena di interventi che hanno causato danni. La scelta dei prodotti da utilizzare è tutt’altro che semplice, anche per le stesse aziende che li producono. Noi ci affidiamo a materiali di base, a solventi chimici, e le miscele che utilizziamo sono frutto di anni di esperienza, anche di errori passati.
Prima di ogni intervento, effettuiamo test specifici, spesso impiegando anche nuovi materiali e tecnologie, per osservare come reagisce la materia nel tempo. Utilizziamo, ad esempio, le cosiddette camere di invecchiamento, che simulano in breve tempo l’equivalente di 30 o 50 anni, permettendoci di valutare il comportamento dei prodotti e dei pigmenti nel lungo periodo.”
Rapporto tra tecnologia e tradizione nel vostro lavoro, come convivono?
Noi diciamo spesso: la scienza e la bottega. La scienza è fondamentale per migliorare, per testare nuovi materiali e per far progredire il nostro lavoro, tant’è che nel nostro team abbiamo un reparto dedicato esclusivamente alla ricerca e sviluppo, sempre attento a ciò che la tecnologia può offrire. Ma allo stesso tempo, la manualità e l’esperienza dell’uomo restano insostituibili, soprattutto quando derivano da una tradizione viva, tramandata di generazione in generazione. È un po’ come nello sport: anche un talento naturale ha bisogno di un allenatore per esprimere appieno il proprio potenziale.
Così nel restauro: servono entrambe le componenti. La tecnologia è indispensabile per le indagini diagnostiche, per vedere l’invisibile, ma è la sensibilità umana a decidere come e dove intervenire, guidando ogni gesto con consapevolezza e rispetto per l’opera. Perché ogni restauro non è solo tecnica: è un atto di cura, di ascolto e di responsabilità.”

Un restauro può cambiare la storia e il significato di un’opera?
Sì. Un’opera restaurata può acquisire un nuovo significato e una nuova funzione all’interno della società contemporanea. Portare alla luce ciò che era nascosto o compromesso dal tempo e dal degrado restituisce senso all’opera, la riporta nel presente e spesso la trasforma in un vero e proprio evento culturale.
Interventi come quelli sulla cripta del Duomo di Siena o sulle statue di San Casciano dei Bagni hanno riacceso l’interesse per la storia, generando mostre molto partecipate. È fondamentale creare queste occasioni di incontro con il pubblico, perché permettono di valorizzare il patrimonio e di rinnovare lo sguardo con cui lo si osserva.
Allo stesso tempo, il restauro può davvero cambiare la storia di un’opera, soprattutto quando emergono dettagli inediti: firme nascoste, stratificazioni pittoriche, elementi celati da secoli. Queste scoperte possono modificare le attribuzioni, aprire nuove letture e restituire all’opera una presenza attiva nel contesto culturale attuale. Restaurare, dunque, non significa solo conservare: è un atto che permette all’opera di vivere una seconda vita, di evolversi e di tornare ad avere un ruolo attivo nella società, diventando fonte di conoscenza, emozione e condivisione.
Quali sono i professionisti coinvolti nel reastauro di un’opera?
“Dipende molto dal tipo di intervento e dall’opera su cui dobbiamo lavorare. Ciò che non cambia mai è la supervisione tecnica, che segue anche tutta la parte documentale e burocratica, e che affianca il lavoro dei restauratori. La prima fase è sempre quella d’indagine: tecnica, tecnologica e chimica. Le analisi (come TAC, termografia, analisi chimiche, ecc.) possono svolgersi sia in laboratorio sia direttamente in loco.
Il coordinamento tra le figure coinvolte avviene attraverso riunioni, aggiornamenti costanti, documentazione e analisi condivise. Naturalmente tutto varia a seconda del caso: a volte ci affidiamo anche a consulenti esterni, specialisti con competenze mirate su determinati materiali, che vengono coinvolti per definire meglio l’intervento e i prodotti da utilizzare.”
Restituire vita al passato,custodire il futuro

Il restauro è un’arte silenziosa, fatta di ascolto, rispetto e competenza. Come sottolinea Gianmarco Piacenti, ogni intervento è un gesto di responsabilità verso la storia, la bellezza e le generazioni future. Con uno sguardo sempre rivolto al domani, Piacenti è oggi impegnata in un articolato programma di interventi a Roma, un autentico museo a cielo aperto, dove sono attivi ben 36 cantieri legati al Giubileo e ai fondi del “Pnrr”, a conferma di un ruolo centrale nel panorama della conservazione. Accanto a questi progetti di respiro internazionale, resta forte il legame con il territorio.
Anche Prato ha beneficiato della competenza dell’azienda con il restauro della facciata del Duomo, della facciata della Biblioteca Roncioniana e del Noviziato del Conservatorio di San Niccolò: interventi che rappresentano non solo una valorizzazione del patrimonio locale, ma anche un atto di cura verso l’identità storica della città. Il restauro è un lavoro che non si impone, ma accompagna l’opera nel tempo, restituendole dignità e autenticità. Con rigore, passione e metodo, Piacenti intreccia memoria e innovazione, trasformando ogni restauro in un ponte tra passato e presente, perché custodire il patrimonio non significa soltanto conservarlo, ma renderlo vivo, accessibile e condiviso.
La preparazione dei pigmenti naturali è un rito antico che continua a vivere nei laboratori Piacenti. Tecnica, conoscenza dei materiali e cura artigianale si fondono per restituire autenticità cromatica alle superfici.
Volti, grembiuli e sorrisi di chi fa vivere Su.Go ogni giorno: cuochi, artigiani del gusto e titolari riuniti attorno ai loro tavoli, pronti a trasformare idee e materie prime in ricette che scaldano il cuore.
A ridosso delle mura medievali, in quella Via Pomeria che sfiora il centro storico di Prato come un nastro di pietra viva, si apre una porta che profuma di casa e di futuro. Appena dentro, la tradizione toscana si fonde con l’inventiva contemporanea, dando vita a un laboratorio di sapori dal nome semplice e invitante: Su.Go. Qui nulla è lasciato al caso.
Ogni piatto parla la lingua delle stagioni e delle campagne circostanti; ogni arredo, recuperato o progettato ad hoc, racconta un’idea di sostenibilità che va oltre la moda. Non è la “classica” gastronomia di quartiere, ma un’officina calda e luminosa dove si sperimenta con rispetto, si accolgono curiosi e habitué, si serve “cibo che scalda il cuore e la pancia”, come recita il loro slogan, senza mai tradire la genuinità delle origini. Dietro il bancone, si intuisce una coreografia di pentole
Su.Go
Gastronomia genuina e sostenibile
che sobbollono piano, conserve ordinate come volumi preziosi, piatti pronti ad accogliere assaggi di territorio e non solo. Qui la cucina gira con le stagioni: i piatti cambiano al passo di quello che offre la natura, sostenuti da un’accurata selezione di vini biologici e birre artigianali, scelti per filiera trasparente e sapore autentico. Il tintinnio dei calici si mescola al brusio della sala, mentre la luce che filtra dalle grandi vetrate spinge a trattenersi più a lungo di quanto si fosse previsto.
Così Su.Go diventa non solo un posto dove mangiare, ma un rito quotidiano di incontro e condivisione, capace di far sentire chiunque, anche solo di passaggio, parte di una grande tavola familiare.
Testo Paola Minchetti / Foto Piacenti S.p.A.
Scritto da
Redazione Prato è Casa
